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Il soffitto che costruiamo da soli

Il soffitto che costruiamo da soli

Perché le aziende smettono di crescere — e perché una parte della causa non è dove la cerchiamo.


Premessa

Quello che scrivo qui è il frutto della mia esperienza sul campo e di letture che ho trovato utili. Sono citati studi o teorie, non privi di limiti rilevanti che proverò a sottolineare direttamente. Tutto il resto è la mia opinione, e come tale va presa.

Una cosa in più, questa volta: l'articolo sostiene una tesi specifica — che i problemi organizzativi interni siano una causa rilevante del blocco della crescita. Non che siano la causa unica, né che siano sempre la causa principale. Il mercato, il prodotto, il capitale, la concorrenza possono essere molto più rilevanti e discriminanti. Quello che provo a fare qui è mettere a fuoco un fattore che, nella mia esperienza, è spesso sottovalutato rispetto agli altri e sul quale c'è spesso maggior spazio di manovra in quanto fattore interno.

Ho lavorato con decine di organizzazioni di diversa dimensione e settore. E ho visto lo stesso schema ripetersi con una regolarità che ha smesso di sorprendermi: aziende che crescono bene fino a un certo punto, poi si bloccano. Non sempre per ragioni esterne. Spesso perché il modo in cui sono organizzate non regge la scala.

Provo a spiegare perché — con l'aiuto di qualche numero e di qualche studio che trovo particolarmente interessante.


Le crisi di crescita non sono incidenti

Nel 1972, Larry Greiner pubblicò sulla Harvard Business Review un articolo che avrebbe dovuto essere letto da chiunque gestisca o consulti un'organizzazione. Si intitolava "Evolution and Revolution as Organizations Grow" e la tesi era semplice quanto scomoda: crescere fa male, sempre, in modo prevedibile.

Greiner descrisse la crescita aziendale come una sequenza di fasi di relativa stabilità, interrotte da crisi acute. Ogni fase genera il problema che causerà la crisi successiva. Non è sfortuna. È strutturale.

La prima crisi che ogni organizzazione incontra — quella che Greiner chiama "crisi di leadership" — è esattamente quella di cui voglio parlare: il momento in cui chi ha fondato o guida l'azienda non riesce più a gestire tutto da solo, e deve imparare a delegare.

La cosa interessante del modello di Greiner non è la lista di fasi in sé. È che questa prima crisi è sistematicamente sottovalutata. Non perché i fondatori non ne sentano il peso — lo sentono, eccome. Ma perché la risposta istintiva è sbagliata: si lavora di più, si controllano più cose, si fanno più riunioni. E la situazione peggiora.

Greiner, L.E. (1972). Evolution and Revolution as Organizations Grow. Harvard Business Review, 50(4), 37–46.

Una nota sul modello di Greiner: è stato formulato osservando grandi corporation americane degli anni '60-'70. Applicarlo direttamente a una PMI contemporanea richiede adattamento — le fasi potrebbero non presentarsi in sequenza netta, e alcune potrebbero sovrapporsi o saltare. Il valore del modello non è nella precisione delle fasi, ma nell'idea di fondo: ogni struttura organizzativa porta in sé il germe della propria crisi successiva.


Un problema di matematica (prima ancora che di cultura)

Prima di parlare di psicologia e cultura, c'è un problema puramente matematico da mettere sul tavolo. È un problema che non dipende da quanto siano brave le persone o da quanto sia bravo chi guida: riguarda la struttura della rete.

Il numero di canali di comunicazione potenziali in un gruppo di n persone segue questa formula:

C = n × (n - 1) / 2

In numeri concreti:

  • 2 persone → 1 canale
  • 5 persone → 10 canali
  • 10 persone → 45 canali
  • 20 persone → 190 canali
  • 50 persone → 1.225 canali
  • 100 persone → 4.950 canali

Ogni persona che entra in un'organizzazione non porta solo la propria capacità produttiva: porta n-1 nuove relazioni potenziali. Ogni relazione è un canale su cui devono passare informazioni, allineamenti, decisioni, conflitti.

Quando l'azienda è piccola, il fondatore può stare al centro di tutto. Parla con tutti ogni giorno, sa cosa sta succedendo, interviene dove serve. È faticoso, ma funziona. Il problema è che questo modello non scala. Non perché il fondatore diventi meno capace — ma perché il sistema diventa fisicamente ingestibile da una sola persona.

La legge di Brooks

Fred Brooks, nel suo The Mythical Man-Month (1975), documentò questa dinamica nel contesto dello sviluppo software, con una formulazione diventata famosa:

"Adding manpower to a late software project makes it later."

Brooks, F.P. (1975). The Mythical Man-Month: Essays on Software Engineering. Addison-Wesley.

La logica sembra controintuitiva, ma il meccanismo è chiaro: ogni nuova persona che entra in un progetto deve essere formata, deve costruire relazioni con chi c'è già, deve essere integrata. Questo ha un costo. E quel costo, in certi momenti, supera il valore aggiunto.

Vale la pena essere precisi: Brooks scriveva di team software negli anni '70, in un contesto molto specifico. Il principio generale — che il coordinamento ha un costo quadratico — è robusto e trasferibile. I numeri esatti variano molto a seconda del tipo di lavoro e del grado di interdipendenza tra le persone. Non si tratta di una legge universale da applicare meccanicamente, ma di un framework utile per capire perché "assumiamo più gente" non è sempre la risposta giusta.

Il numero di Dunbar

C'è poi un limite che opera a un livello ancora più fondamentale: quello cognitivo. L'antropologo Robin Dunbar, studiando la relazione tra dimensione della neocorteccia e grandezza dei gruppi sociali nei primati, arrivò a una conclusione che ha trovato molte conferme successive:

Gli esseri umani riescono a mantenere relazioni sociali stabili e significative con un massimo di circa 150 persone.

Dunbar, R.I.M. (1992). Neocortex size as a constraint on group size in primates. Journal of Human Evolution, 22(6), 469–493.

Oltre quella soglia, la coesione sociale spontanea si deteriora. Le persone smettono di sentirsi parte di un gruppo e cominciano a percepire l'organizzazione come un'entità astratta. Per mantenere il coordinamento servono regole formali, procedure, strutture. Non perché qualcuno abbia sbagliato qualcosa: è quello che succede quando si superano i limiti di ciò che il cervello umano riesce a gestire naturalmente.

Attenzione: il numero 150 è una media con variabilità individuale significativa. Dunbar stesso ha precisato che esistono soglie intermedie (circa 5, 15, 50) per diversi gradi di intensità relazionale. E le relazioni lavorative non sono identiche a quelle sociali in senso pieno — richiedono meno intimità personale, ma più coordinamento formale. Il numero di Dunbar è uno strumento di ragionamento, non un parametro da misurare in azienda.


Chi ha risolto il problema empiricamente: W.L. Gore

W.L. Gore & Associates — l'azienda produttrice del Gore-Tex — è uno dei casi più citati nella letteratura organizzativa, e lo è per una ragione specifica: il fondatore Bill Gore aveva capito il problema del numero di Dunbar prima ancora che Dunbar lo pubblicasse.

La sua convinzione era semplice: passata una certa soglia di persone, la qualità delle relazioni si degrada, la collaborazione spontanea diminuisce, la creatività soffre. La risposta tipica a questa dinamica è aggiungere gerarchia e procedure. Gore fece l'opposto: non costruire mai uno stabilimento con più di 150 persone.

Quando uno stabilimento avvicinava quella soglia, se ne apriva uno nuovo. Gli edifici erano progettati per essere piccoli. I parcheggi contenevano, per scelta, non più di 150 auto.

Il risultato — qualità dei prodotti, innovazione, fidelizzazione dei dipendenti — è documentato da decenni.

Devo essere onesto su cosa dimostra e cosa non dimostra questo caso. Non dimostra che il numero di Dunbar sia una legge universale, né che il modello Gore sia replicabile in qualsiasi settore. Gore è un'azienda manifatturiera con caratteristiche molto specifiche, e il caso viene spesso raccontato attraverso Gladwell — giornalismo di qualità, non ricerca. Quello che il caso Gore illustra, però, è che ragionare in modo esplicito sulla dimensione e sulla complessità dell'organizzazione produce risultati migliori che ignorare il problema.

Fonte: Gladwell, M. (2000). The Tipping Point. Little, Brown and Company, cap. 5.


La psicologia della non-delega

Non è un difetto di carattere

La difficoltà a delegare viene spesso descritta come un problema di personalità. Il classico fondatore che non si fida di nessuno, il manager che deve controllare tutto. Questa descrizione è comoda, ma è anche un modo per non capire davvero il meccanismo.

La ricerca psicologica dice qualcosa di più utile: la resistenza alla delega è spesso una risposta razionale a esperienze passate. Hai delegato. La persona ha sbagliato. Hai dovuto rimettere mano. Ci hai messo più tempo che a farlo da solo. Hai aggiornato il tuo modello mentale: delegare è rischioso. Hai smesso di delegare.

Ashford e Blatt (2003) hanno documentato questa dinamica mostrando come i leader riducano sistematicamente la delega dopo esperienze negative attribuite alla performance dei collaboratori — anche nei casi in cui, statisticamente, quella riduzione è controproducente nel lungo periodo.

Ashford, S.J., & Blatt, R. (2003). Reflections on the looking glass: A review of research on feedback-seeking behavior in organizations. Journal of Management, 29(6), 773–799.

Nota metodologica: Ashford e Blatt hanno studiato il comportamento di ricerca del feedback, non la delega in senso stretto. Il collegamento con la propensione a delegare è plausibile e supportato da meccanismi psicologici simili, ma non è il tema centrale del loro lavoro. Lo cito come evidenza indirettamente rilevante, non come prova diretta.

Il punto non è che abbiano torto nel breve. Il punto è che un apprendimento localmente corretto può essere globalmente sbagliato. Fare tutto da soli è più efficiente quando l'azienda è piccola. Diventa il freno principale quando l'azienda vuole crescere.

L'illusione del controllo

C'è un secondo meccanismo, identificato da Ellen Langer negli anni '70: la tendenza a sovrastimare la propria capacità di controllare gli esiti delle situazioni complesse. È un bias cognitivo molto pronunciato nelle persone ad alto orientamento al controllo — categoria in cui rientrano, per definizione, la maggior parte di chi fonda un'azienda.

Langer, E.J. (1975). The illusion of control. Journal of Personality and Social Psychology, 32(2), 311–328.

Gli esperimenti originali di Langer usano contesti semplificati — giochi, lotterie — molto lontani dalla complessità manageriale reale. La trasferibilità al contesto organizzativo è plausibile e supportata da ricerche successive in contesti più ecologici, ma il salto non è automatico.

Quando gestisci direttamente un processo, hai accesso diretto a tutte le informazioni. Quando lo deleghi, perdi quella visibilità. Non sai esattamente cosa sta succedendo in ogni momento. Questa perdita percepita di controllo genera ansia — anche se, oggettivamente, la persona a cui hai delegato sta lavorando benissimo.

La soluzione non è eliminare questa ansia (non si può). È costruire sistemi di feedback che permettano di sapere come stanno andando le cose senza richiedere supervisione diretta. È una differenza sottile, ma pratica: non "ti guardo fare" ma "mi dici dove sei".


Quando la struttura diventa cultura

Il circolo vizioso

Alfred Chandler, in Strategy and Structure (1962), dimostrò attraverso l'analisi storica di grandi corporation americane che la struttura organizzativa tende a seguire la strategia. Ma c'è una relazione che Chandler esplorava meno: la struttura genera cultura.

Chandler, A.D. (1962). Strategy and Structure. MIT Press.

In un'organizzazione in cui tutte le decisioni passano dall'alto, i collaboratori imparano presto la regola implicita: non decidere senza autorizzazione. Non perché siano pigri o incapaci — ma perché chi prende iniziativa e sbaglia viene notato, mentre chi aspetta istruzioni e non sbaglia passa inosservato. È un sistema di incentivi, non un tratto caratteriale.

Il risultato è che, quando l'azienda prova a crescere e si accorge di non avere leader intermedi, scopre che il problema non è che le persone giuste non ci sono. È che nessuno le ha mai allenate a decidere. Perché il contesto non glielo ha mai permesso.

Il rumore che supera il segnale

Ma c'è anche il problema opposto, che vedo spesso nelle organizzazioni che crescono rapidamente senza costruire struttura: troppa comunicazione, non troppo poca.

Eppler e Mengis (2004) hanno sistematizzato questo fenomeno — l'information overload — documentando come l'eccesso di comunicazione non strutturata riduca la qualità delle decisioni, aumenti lo stress e diminuisca la produttività.

Eppler, M.J., & Mengis, J. (2004). The Concept of Information Overload. The Information Society, 20(5), 325–344.

Non è una questione di strumenti ("usiamo troppo WhatsApp"). È una questione di assenza di struttura: senza regole su cosa comunicare, a chi e con quale formato, ogni canale viene usato per tutto.

Le riunioni moltiplicano le riunioni. Le email generano catene. I messaggi informali si sovrappongono alle decisioni formali. Le informazioni rilevanti si perdono nel flusso di quelle irrilevanti. L'organizzazione comunica moltissimo e decide pochissimo.

Perlow (1999) ha chiamato questo fenomeno "time famine": la sensazione pervasiva di non avere mai abbastanza tempo, anche in organizzazioni dove le ore lavorate sono molte. La causa principale che ha identificato sono le interruzioni comunicative non strutturate.

Perlow, L.A. (1999). The Time Famine: Toward a Sociology of Work Time. Administrative Science Quarterly, 44(1), 57–81.

Lo studio di Perlow è una ricerca etnografica su un singolo team di ingegneri in una grande corporation americana. È ricco e convincente, ma metodologicamente non è generalizzabile in modo diretto. Lo trovo utile per dare un nome a una dinamica che riconosco sul campo — non come prova statistica di un fenomeno universale.


Un caso da cui imparare (nel modo sbagliato): Zappos

Il caso Zappos è interessante non perché sia un successo, ma perché è un fallimento istruttivo. Nel 2013, il fondatore Tony Hsieh annunciò l'adozione dell'Olocrazia: un sistema organizzativo che elimina le gerarchie manageriali tradizionali. Nessun titolo, nessun manager, nessuna struttura di reporting. L'organizzazione si autogestisce attraverso cerchi di responsabilità sovrapposti.

L'idea aveva una logica: se la gerarchia genera colli di bottiglia e la comunicazione centralizzata non scala, distribuiamo la comunicazione tra tutti. Risolto.

Non era risolto. Nei 18 mesi successivi Zappos perse il 18% della forza lavoro — inclusi molti dei manager più esperti. La produttività calò. La soddisfazione dei dipendenti, paradossalmente, peggiorò.

Devo essere trasparente su questo caso: le ragioni del fallimento dell'esperimento olacratico in Zappos sono probabilmente multiple — un cambiamento culturale imposto dall'alto in modo troppo brusco, la perdita di figure chiave non sostituibili, un timing sbagliato rispetto alla traiettoria dell'azienda. Attribuirlo interamente alla complessità comunicativa sarebbe una semplificazione. Quello che il caso illustra, in modo abbastanza chiaro, è un principio più limitato: togliere struttura non è la stessa cosa che costruire struttura migliore.

La lezione non è che le gerarchie tradizionali siano l'unica risposta. È che il problema della complessità comunicativa non si risolve aprendo tutti i canali, ma progettando quali canali servono davvero e come usarli.

Fonte: Groth, A. (2016). Zappos Is Struggling With Holacracy Because Humans Aren't Designed to Operate Without a Hierarchy. Quartz.


Il contrappunto: Morning Star

A questo punto è doveroso introdurre un caso che, a prima vista, sembra smentire tutto quello che ho detto fin qui — e che invece, guardato bene, lo affina.

Morning Star è la più grande azienda di lavorazione del pomodoro al mondo, con circa 600 dipendenti fissi che arrivano a 2.400 nella stagione. Fondata da Chris Rufer in California, opera da trent'anni con un modello di autogestione radicale: nessun manager, nessuna gerarchia formale, nessun titolo. Ogni dipendente negozia direttamente con i colleghi le proprie responsabilità attraverso contratti interni chiamati CLOU — Colleague Letter of Understanding. I salari vengono determinati da peer review. I conflitti si risolvono tra le parti, con un mediatore se necessario, senza ricorrere a nessun superiore perché non ce ne sono.

Sembra Zappos. Invece funziona, da trent'anni, a scala industriale.

La differenza — e questa è la parte che trovo più istruttiva — non è nell'assenza di struttura, ma nel tipo di struttura. I CLOU sono contratti scritti, negoziati ogni anno, con obiettivi misurabili e responsabilità esplicite. La comunicazione non è libera per tutti verso tutti: è codificata in accordi bilaterali. Non è anarchia — è ingegneria organizzativa sofisticata che ha semplicemente sostituito la gerarchia verticale con una rete di impegni orizzontali.

Quello che Morning Star dimostra, quindi, non è che si possa fare a meno della struttura. Dimostra che esistono più modi di strutturare un'organizzazione, e che la gerarchia manageriale tradizionale è solo uno di questi — non necessariamente il migliore in ogni contesto.

Anche qui, qualche qualifica è necessaria. Morning Star è un'azienda manifatturiera con processi altamente ripetibili e stagionali: la prevedibilità del lavoro riduce il bisogno di coordinamento in tempo reale e rende i CLOU uno strumento praticabile. Quanto questo modello sia trasferibile a una PMI di servizi, a una startup tecnologica o a qualsiasi contesto con alta variabilità del prodotto è una domanda aperta. Inoltre, 600 dipendenti fissi rimane sotto le soglie dove il coordinamento distribuito diventa davvero critico. Non sappiamo cosa succederebbe a Morning Star con 5.000 dipendenti.

Il punto che vale per l'articolo è però un altro: messo a confronto con Zappos, Morning Star chiarisce cosa ha fatto fallire l'esperimento olacratico. Non era l'assenza di gerarchia in sé. Era l'assenza di chiarezza esplicita su chi è responsabile di cosa. Morning Star quella chiarezza la costruisce con i CLOU. Gore la costruisce con la dimensione degli stabilimenti. Le organizzazioni tradizionali la costruiscono con l'organigramma. Il mezzo cambia; la necessità di rispondere alla domanda rimane costante.

Fonte principale: Hamel, G. (2011). First, Let's Fire All the Managers. Harvard Business Review, 89(12), 48–60.


asphalt road between trees
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Cosa si può fare, concretamente

Delegare risultati, non compiti

C'è una differenza importante tra delegare un compito — dire a qualcuno cosa fare, passo per passo — e delegare un risultato, ovvero definire cosa deve essere ottenuto e lasciare alla persona la libertà di decidere come.

Hackman e Oldham (1976) hanno dimostrato che l'autonomia — intesa proprio come libertà di decidere il come, non solo il cosa — è uno dei predittori più forti di motivazione intrinseca, qualità del lavoro e retention.

Hackman, J.R., & Oldham, G.R. (1976). Motivation through the design of work. Organizational Behavior and Human Performance, 16(2), 250–279.

Il modello di Hackman e Oldham è stato sviluppato principalmente in contesti manifatturieri degli anni '70. La sua applicazione al lavoro della conoscenza contemporaneo è diffusa e supportata da ricerche successive, ma i meccanismi specifici vanno ricalibrati: l'autonomia in un team di sviluppo software ha una forma molto diversa dall'autonomia in una linea di produzione.

La delega efficace ha tre componenti che devono essere presenti tutte e tre: chiarezza sull'obiettivo (cosa e quando), trasferimento dell'autorità (la persona ha il potere di prendere le decisioni necessarie), e un sistema di feedback (entrambe le parti sanno come stanno andando le cose, senza che chi delega debba chiedere in continuazione).

Manca una di queste tre? Non è delega — è compito con meno supervisione. E funziona peggio di entrambe.

Progettare la comunicazione come infrastruttura

La comunicazione interna non è qualcosa che si sistema con un corso di team building o con l'adozione di un nuovo strumento. È un'infrastruttura che va progettata deliberatamente, esattamente come si progetta un sistema IT o un processo produttivo.

Questo significa rispondere in modo esplicito a domande concrete: quali decisioni si prendono autonomamente a quale livello? Quali informazioni devono fluire verso il basso, verso l'alto, in orizzontale — e con quale frequenza e formato? Chi ha il diritto di bloccare una decisione, e in quanto tempo deve farlo?

Non sono domande romantiche. Sono domande di ingegneria organizzativa. E come tutte le questioni di ingegneria, se non ci si pensa prima, ci si trova a gestirne le conseguenze dopo — di solito nel momento peggiore.

Formare i leader prima di averne bisogno

Il momento peggiore per cercare un responsabile di funzione è quando ne hai urgentemente bisogno. A quel punto o assumi dall'esterno qualcuno che non conosce il contesto, o promuovi qualcuno che non è ancora pronto.

Day (2000), in una revisione sistematica della letteratura sullo sviluppo della leadership, ha mostrato che il fattore più predittivo nella crescita di un leader non è la formazione in aula, ma le esperienze stretch: incarichi che richiedono di operare leggermente oltre le proprie competenze attuali, con supporto e con spazio per sbagliare.

Day, D.V. (2000). Leadership development: A review in context. Leadership Quarterly, 11(4), 581–613.

Tradotto in pratica: identificare le persone con potenziale di leadership con 18-24 mesi di anticipo rispetto al momento in cui serviranno. Dargli responsabilità progressive. Accompagnarli. Non abbandonarli.


Il test delle due settimane

C'è una domanda che trovo utile fare — a me stesso, ai clienti con cui lavoro, a chiunque voglia capire in che punto si trova la propria organizzazione rispetto a questi temi:

Cosa succede nella tua azienda quando sei completamente irraggiungibile per due settimane?

Le possibili risposte si collocano su uno spettro:

  • "Tutto si blocca" — sei il collo di bottiglia strutturale.
  • "Alcune cose si bloccano, altre vanno avanti" — hai una mappa di dove investire.
  • "Tutto funziona" — stai lavorando sul sistema, non nel sistema.
  • "Non lo so" — non hai sistemi di feedback. E questa è già una risposta.

Una precisazione necessaria: questo test è uno strumento euristico, non una diagnosi. Ci sono organizzazioni molto centralizzate che funzionano benissimo per scelta consapevole — dove il controllo diretto è parte del modello di business, non un difetto. E ci sono organizzazioni in cui "tutto funziona senza di me" perché chi guida si è defilato, non perché abbia costruito qualcosa di solido. Il test pone una domanda utile; la risposta va interpretata con il contesto.

Non c'è una risposta giusta assoluta. Un'azienda di quattro persone in fase iniziale ha ragioni valide per essere molto centralizzata. Un'azienda di quaranta persone con lo stesso modello sta probabilmente costruendo il proprio soffitto limitando la crescita.

La cosa che ho imparato negli anni è che il problema non è mai la mancanza di talento o di risorse. È quasi sempre un modello organizzativo che ha smesso di essere adatto alla dimensione che l'azienda ha raggiunto — e che nessuno ha ancora avuto il tempo, o il coraggio, di mettere in discussione.

Mettere in discussione la struttura che funzionava prima è scomodo. Richiede di ammettere che quello che ha portato fin qui non è detto che porti più avanti. Richiede di investire tempo e attenzione su problemi che sembrano meno urgenti di quelli operativi del giorno.

Ma è esattamente questo che separa le organizzazioni che c da quelle che si bloccano.


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L'articolo è stato scritto secondo i principi dello slow web, bevendo una birra radler al pompelmo e ascoltando musica di un artista che ho molto ascoltato nell'ultimo periodo.

Riferimenti

Brooks, F.P. (1975). The Mythical Man-Month. Addison-Wesley.

Chandler, A.D. (1962). Strategy and Structure. MIT Press.

Day, D.V. (2000). Leadership development: A review in context. Leadership Quarterly, 11(4), 581–613.

Dunbar, R.I.M. (1992). Neocortex size as a constraint on group size in primates. Journal of Human Evolution, 22(6), 469–493.

Eppler, M.J., & Mengis, J. (2004). The Concept of Information Overload. The Information Society, 20(5), 325–344.

Greiner, L.E. (1972). Evolution and Revolution as Organizations Grow. Harvard Business Review, 50(4), 37–46.

Hackman, J.R., & Oldham, G.R. (1976). Motivation through the design of work. Organizational Behavior and Human Performance, 16(2), 250–279.

Langer, E.J. (1975). The illusion of control. Journal of Personality and Social Psychology, 32(2), 311–328.

Perlow, L.A. (1999). The Time Famine. Administrative Science Quarterly, 44(1), 57–81.